Il Piano Stralcio "Assetto Idrogeologico" (PAI)

del bacino del Fiume Magra  


Sono qui forniti alcuni cenni sul Piano Stralcio “Assetto Idrogeologico” del bacino del Fiume Magra (per brevità indicato d’ora in poi come PAI), adottato dal Comitato Istituzionale con Delibera n. 180 del 27 aprile 2006. 

Per cominciare, ricordiamo quali sono i riferimenti normativi da cui tale atto di pianificazione discende e  cosa si intende con le quattro parole “Piano Stralcio Assetto Idrogeologico”. 

Tali riferimenti normativi sono rappresentati, innanzitutto, dalla  Legge 18 maggio 1989, n. 183 “Norme per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo”, ed in particolare dagli articoli 17, commi 1 e 6 ter e dall’articolo 18, comma 1 di tale Legge, nonché dall’articolo 1, comma 1 del Decreto Legge 11 giugno 1998, n. 180. 

Vediamoli quindi nei dettagli.

L’articolo 17 comma 1 della L. 183/89 introduce nel nostro ordinamento il “Piano di bacino”, attribuendogli “valore di piano territoriale di settore” e definendolo “strumento conoscitivo, normativo e tecnico – operativo mediante il quale sono pianificate e programmate le azioni e le norme d’uso finalizzate alla difesa e alla valorizzazione del suolo e la corretta utilizzazione delle acque, sulla base delle caratteristiche fisiche ed ambientali del territorio interessato”. Il Piano “persegue le finalità indicate all’art. 3”, ed in particolare contiene quanto elencato all’art. 17, comma 3, lettere da a) ad s). 

Pertanto, il termine “Piano” ha il significato di “programma di azioni ed insieme di norme” finalizzate al conseguimento di un certo obiettivo (nello specifico, la difesa e la valorizzazione del suolo, definito all’art 1 comma 3 della L. 183/89 stessa come ”il territorio, il suolo, il sottosuolo, gli abitati e le opere infrastrutturali”. 

Dopo soli quattro anni dall’entrata in vigore della L. 183, era ormai chiaro però che il “Piano di bacino”, per essere elaborato nella sua interezza, avrebbe richiesto tempi quasi “geologici”, e quindi, con il Decreto Legge 5 ottobre 1993, n. 398 fu introdotto il comma 6 ter all’art. 17, prevedendo la possibilità che il “Piano di Bacino” potesse essere redatto per Stralci (così detti perché costituiscono parti funzionali, per territorio o per argomento, appunto del Piano di Bacino).

Quindi il PAI è uno “stralcio” perché riguarda l’argomento “Assetto Idrogeologico”. 

Inoltre, esso è, dal 27 aprile 2006, un "Piano" e non più un  “Progetto di Piano”, termine indicato dall’art. 18 comma 1 L. 183/89, in quanto il Comitato Istituzionale, con Delibera n. 180, ha provveduto alla sua adozione definitiva, (per quanto un Piano sia un “processo”, quindi mai “definitivo”, ma sempre da aggiornare e migliorare), e che deve essere il più possibile condiviso, soprattutto con gli Enti Locali (Comuni, Province, Comunità Montane) cui spetta il compito di attuarlo e applicarlo. 

Tornando alla Legge 183/89, si nota che però essa non indicava termini entro i quali le Autorità di Bacino dovevano provvedere all’elaborazione ed all’adozione dei Piani Stralcio, e nemmeno quali dovessero essere questi stralci, stanti anche le peculiarità di ogni bacino idrografico e quindi i problemi specifici di ognuno; pertanto, ogni Autorità di Bacino si dedicò alla redazione dei Piani Stralcio ritenuti più importanti, o comunque più “alla portata”, dati i mezzi a propria disposizione. Ad esempio, l’Autorità di Bacino del Fiume Magra si dedicò alla redazione del Piano Stralcio “Tutela dei corsi d’acqua interessati da derivazioni”. 

Soltanto dopo i tragici avvenimenti di Sarno del maggio 1998, con un Decreto Legge emanato “a caldo” (il Decreto Legge 11 giugno 1998, n. 180, noto infatti anche come “Decreto Sarno”) si stabilì che le Autorità di Bacino dovessero concentrare i propri sforzi sulla redazione dei Piani Stralcio “Assetto idrogeologico”, ponendo inizialmente il termine del 31.12.98 per l’adozione di tali Piani. Già in sede di conversione in Legge di tale Decreto, però, si comprese che entro quella data sarebbe stato praticamente impossibile che le Autorità di Bacino riuscissero a provvedere con elaborati di qualità sufficiente, stanti anche le loro situazioni di organico; pertanto, tale termine fu spostato al 30.06.99 dalla Legge di conversione (L. 267/98).

In questo contesto si inserì poi “l’Atto di indirizzo e coordinamento”, (il D.P.C.M. 29.9.98, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale solo il 05.01.99) ovvero le istruzioni tecniche che lo Stato dava per far sì che i PAI prodotti fossero quanto più possibile omogenei a livello nazionale, e nel quale si ritenne di prorogare ulteriormente tali termini.

Poco prima del 30.06.99, con un ulteriore Decreto Legge (il D.L. 132 del 13.05.99, poi convertito dalla L. 226/99) si stabilì che entro il 31.10.99 dovessero essere approvati “Piani Straordinari per l’individuazione delle aree a rischio idrogeologico più alto”, rinviando l’adozione dei Piani Stralcio veri e propri al 30.06.2001. 

Il panorama, già evidentemente piuttosto complicato, lo divenne ancor di più a seguito dell’emanazione del Decreto Legge 12 settembre 2000, n. 279 (Decreto c.d. “Soverato” in quanto emanato a seguito della tragedia avvenuta in Calabria nel settembre 2000), e soprattutto con le modifiche apportate dalla Legge di conversione di tale Decreto (Legge 365/00), in quanto il termine del 30.06.2001 fu anticipato al 30.04.2001, ma si parlò di Piani “per la tutela dal rischio idrogeologico”, che, a rigore di termini, sono un’altra cosa rispetto all’assetto idrogeologico, e si introdusse una procedura di adozione e approvazione ad hoc per i PAI. 

Chiariti quindi i fondamenti normativi dei PAI, per concludere la spiegazione iniziata in precedenza restano da definire i termini “Assetto” e “Idrogeologico”. Con tali termini si intende lo stato dei versanti e dei corsi d’acqua che si cerca di perseguire con una serie di interventi e normative d’uso del territorio ritenute più consone, ai fini non solo della pura tutela, ma anche di un uso corretto della “risorsa suolo”.

In realtà, il termine “idrogeologico” è qui usato un po’ impropriamente, perché l’idrogeologia è la branca della geologia che studia il comportamento dell’acqua nel sottosuolo (sarebbero preferibili i termini “idraulico” e “geomorfologico”), ma si tratta di un termine ormai entrato nel linguaggio comune. 

Vediamo ora il cammino che ha portato alla nascita del  PAI del bacino del Fiume Magra. 

Il primo passo compiuto dall’Autorità di Bacino del Fiume Magra in questo settore fu la Delibera di Comitato Istituzionale (l’organo politico delle Autorità di Bacino) n. 32 del maggio 1998, con la quale furono identificate, sulla base di dati storici, le aree inondabili del fondovalle, e furono applicate a tali aree le “misure di salvaguardia", ossia una normativa transitoria, prevista dall’art. 17 comma 6 bis della L. 183/89, il cui scopo è quello di far sì che in aree in cui è stato accertato uno stato di “pericolosità” (nello specifico, da inondazione), non si realizzino interventi che aumentano il livello di “rischio” o che rendono impossibile la realizzazione degli interventi di messa in sicurezza la cui tipologia, ubicazione ed entità in quel momento non sono state ancora definite. 

Nel frattempo era stato avviato, con una convenzione di studio fra la Regione Liguria, la Regione Toscana, il CIMA dell’Università di Genova ed il PIN dell’Università di Firenze uno studio finalizzato alla definizione delle aree inondabili per diversi “tempi di ritorno”. La perimetrazione risultante, in cui si distinguevano aree inondabili per eventi di piena con tempo di ritorno 30 e 200 anni, fu approvata con Delibera di CI n. 53 del 28.4.99, e sulle aree individuate furono rinnovate e modificate le precedenti misure di salvaguardia.

Con l’adozione del Progetto di PAI (Delibera di CI n. 94 del 12.07.2001) è stato avviato l’iter previsto dall’art. 19 L. 183/89, che, come accennato sopra, ha portato in data 27 aprile 2006 all’adozione del Piano e che porterà poi alla sua definitiva approvazione da parte delle Regioni.

Nell’ambito del PAI sono state individuate la tipologia, l’ubicazione e le dimensioni di massima, quindi anche i relativi costi, degli interventi necessari a conseguire la messa in sicurezza idraulica rispetto ad eventi di piena con tempo di ritorno 200 anni. Inoltre è stata perimetrata una “Fascia di Riassetto Fluviale”, basata su concetti di pianificazione territoriale e valenza ambientale, e non solamente idraulici, con l’intento di individuare un territorio da lasciare comunque di pertinenza fluviale, con l’obiettivo di mettere in sicurezza soltanto i territori esterni a tale fascia. Tali territori, infatti, una volta realizzati gli interventi previsti dal Piano, non saranno più inondabili e potranno quindi essere destinati ad altri usi. 

Per quanto riguarda i dissesti di versante, l’attività conoscitiva fu avviata verso la fine del 1998, ed un primo risultato fu il citato “Piano Straordinario” ex art. 1 comma 1 bis DL 180/98, approvato con Delibera di CI n. 58 del 29.9.99, nel quale furono individuate alcune aree “a rischio geomorfologico molto elevato” e furono poste su tali aree (dodici in tutto il bacino) le “misure di salvaguardia”; successivamente (Delibera di CI n. 70 del 24.2.2000) furono individuate le aree “a rischio geomorfologico elevato” (venti in tutto il bacino), e furono poste anche su tali aree le “misure di salvaguardia”.

Il lavoro è proseguito per la redazione del Progetto di PAI con lo studio delle foto aeree su tutto il bacino, realizzato dal personale in servizio ed integrato con dati di pubblicazioni e studi realizzati da Università. Il quadro conoscitivo è stato poi integrato, dapprima con le Misure di salvaguardia ex DCI 158/04 e poi con il PAI, riportando le aree in dissesto censite nella carta geologica scala 1: 10.000 della Regione Toscana, disponibile sul sito web della Regione stessa e redatta, per il territorio del bacino del Magra, dalle Università di Pisa, Firenze, Siena e Parma.

Tale cartografia ha permesso di giungere all’individuazione di oltre 9.000 aree a diversa “pericolosità geomorfologica”, individuando, all’interno di tale numero, 14 aree “a rischio geomorfologico molto elevato” e 60 aree “a rischio geomorfologico elevato”. Per queste è stata eseguita una valutazione sommaria del fabbisogno economico per la realizzazione degli interventi finalizzati alla mitigazione della “pericolosità” del fenomeno (va precisato quindi che si intendono interventi diffusi e a scala di versante, e che pertanto non sono stati conteggiati i consolidamenti ad es. di tratti di strade o di singoli edifici).